Flora Spontanea

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PAPAVERO, ROSOLACCIO
Papaver rhoeas L. (Papaveraceae)

Papaver rhoeas L. Descrizione: pianta annua alta da 20 a 80 cm, con radice fusiforme e fusti eretti, ramificati, setolosi, contenenti un lattice biancastro, con peli patenti o appressati; i peli sono ad angolo retto rispetto al fusto. Foglie pennatopartite e segmenti dentati; le foglie superiori, sessili, solitamente sono trilobate, mentre quelle inferiori, lunghe circa 10 cm, sono picciolate e hanno stretti lobi ricoperti di setole. Fiori solitari, larghi 5-7 cm, terminali, penduli in boccio, eretti alla fioritura; sepali 2, precocemente caduchi; petali 4, di colore rosso scarlatto spesso con una macchia nera alla base, lunghi fino a 4 cm; stami numerosi. Il frutto è una capsula globosa, tondeggiante alla base, rigonfia, urceolata e glabra, di 1-1.5 cm di diametro, sormontata da un disco di 8-18 stigmi disposti a raggiera, al di sotto dei quali si aprono altrettanti pori, che si aprono quando i semi sono maturi. La diffusione dei semi avviene per opera del vento secondo un meccanismo di dosatura nel tempo.
Fioritura: maggio - luglio, a volte può fiorire in autunno se la pianta viene tagliata.
Habitat: campi di cereali (anche se oggi è meno comune a causa dell'uso diffuso di diserbanti selettivi e di una più completa pulitura delle sementi), macerie, ambienti ruderali sassosi, margini di strada, fino a circa 1800 m.
Origine e distribuzione: propria delle regioni mediterranee orientali, acclimatatasi in tutto il mondo, è diffusa quasi ovunque in Europa, comune in Italia.
Specie simili: Rosolaccio con frutto clavato, Papaver dubium L.: petali lunghi 1-2 cm più pallidi rispetto al precedente, ovaio e frutti oblunghi, ristretti in una specie di picciolo, non urceolati; raggi stigmatici solo 6-9. Peli appressati al fusto piuttosto che crescere discostati da esso e foglie doppiamente pennate. In Italia habitat e distribuzione simili alla precedente.
Cultivar: varianti di colore di questo fiore sono state coltivate per ottenere diffuse varietà da giardino, quali lo "Shirley poppy".

Papaver rhoeas L. Curiosità: il fiore del papavero perde i petali dopo un solo giorno; tuttavia, una pianta vigorosa può produrre, durante l'estate, più di 400 fiori in successione.
Forse per le sue proprietà, è diventato il simbolo della pigrizia, oltre che della mollezza di carattere e della misantropia, mentre nel linguaggio dei fiori simboleggia l'orgoglio sopito.
Tuttavia, il papavero attraversa la storia, tra leggende e modi di dire, come simbolo di fede, potere e amore e colpisce per il suo colore acceso, che, almeno a queste latitudini non ha assolutamente rivali. Esso deve il suo nome popolare "rosolaccio", cioè rosa dei campi, alla sua comune presenza nei campi, soprattutto presso le coltivazioni di cereali. L'accostamento tra i papaveri e le coltivazioni di frumento è antichissimo, infatti, Cerere, la dea latina delle messi e dell'agricoltura, è raffigurata con una ghirlanda di Papaver rhoeas.
Dall'antica Roma ci giunge poi una leggenda che collega questi fiori al comune modo di dire "gli alti papaveri" riferendosi a personaggi particolarmente potenti. Si narra che Tarquinio il Superbo volle insegnare al figlio il modo più rapido per conquistare una città, cioè eliminare per primi i sui cittadini più potenti e autorevoli, e per fare ciò fece recidere i papaveri più alti del suo giardino con un colpo di bastone.
Per i cristiani il suo colore, porpora, così acceso richiama il sacrificio di Cristo nella sua Passione e Morte in croce, infatti si trova spesso nelle rappresentazioni simboliche delle chiese medioevali.
Questa caratteristica cromatica nei secoli ha ispirato i sentimenti di molti scrittori; scriveva infatti John Ruskin: "Tutto seta e fuoco, un calice scarlatto tagliato perfettamente tutt'intorno, si vede da lontano in mezzo a tutte le erbe selvatiche come un carbone ardente caduto dagli altari del cielo. [...] ... nessuna esteriore volgarità, nessun segreto interiore; aperto al sole che lo ha creato...".
Nella tradizione popolare la prova della fedeltà in amore era data proprio dai petali del papavero. Uno di questi doveva essere appoggiato sul palmo della mano e colpito con un pugno; se si sentiva uno schiocco la prova era stata superata.

Utilizzi: presenta morfina, acido meconico, resine, mucillagine e sostanze coloranti; è leggermente sedativo, antispasmodico, bechico, pettorale.
In passato, parti del papavero venivano adoperate quali rimedi per tutta una serie di malanni, compresi vari tipi di dolori, in particolare la gotta e il fuoco si S. Antonio: uno sciroppo prodotto con i petali di papavero veniva somministrato ai bimbi irrequieti per indurli al sonno. Ancora oggi l'infuso e lo sciroppo si usano per combattere insonnia, nervosismo, eccitazione, ansia tosse e bronchite, consigliato in particolare per bambini e anziani, non presentando effetti secondari. Una tazza di infuso bevuta prima di coricarsi serve a contrastare l'insonnia.
Un interessante uso esterno riguarda il mal di denti: si possono usare compresse imbevute nell'infuso. Lo stesso può essere usato per massaggiare la pelle arrossata o contro le rughe.
Come tutti i papaveri, esso trasuda, dai tagli praticati sul fusto, foglie e frutti, un lattice viscoso, che contiene vari alcaloidi adoperati in passato, in piccole dosi, come medicamenti erboristici. Essendo questi alcaloidi velenosi, il bestiame evita di mangiare i papaveri, che spesso sopravvivono anche dove altre piante sono state brucate.
Va ricordato che il Papaver rhoeas non ha niente a che vedere con il papavero da oppio (Papaver somniferum), anche se in dosi elevate può causare intossicazioni e avvelenamenti.

Di particolare importanza dal punto di vista ecologico-floreale è il fatto che il papavero appartenga ai cosiddetti fiori polliniferi, che non producono nettare, polline in eccesso. Il polline, che è ricco di proteine, grassi, carboidrati e vitamine, costituisce nutrimento ed elemento di attrazione per gli insetti provvisti di bocca capace di mordere.

I petali venivano anche utilizzati per ottenere una tintura rossa.

In cucina, come verdura primaverile, si possono impiegare i giovani germogli, che hanno un sapore molto buono e vengono in genere serviti crudi in insalata; sono ottimi, comunque, anche fritti in padella o in minestre e risotti.

 

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